
Motivazione assegnazione premi
Sezione poesia
1°
Premio: Réflexions
Abbiamo
apprezzato il testo che si rifà
all’OULIPO (OUvroir de LIttérature POtentielle),
movimento-laboratorio di strutture letterarie e giochi matematici, di risultato provocatorio, fondato nel 1960 da R. Quenau.
In
questa composizione tre parti generano il testo: l’introduzione, lo specchio e
la conclusione.
Simmetria
dell’insieme che converge al centro.
E’
ripreso con originalità il tema classico letterario del viaggio.
Il
testo è allusivo e grottesco, contiene elementi del
mistero con contaminazioni decadenti.
Altri
elementi di valore, oltre alla struttura e al tema ,
la ricchezza lessicale e la cura
formale.
2° Premio:
Nella mia scuola
La
poesia rappresenta una situazione quotidiana in modo simpatico e spontaneo. La
scuola è vista come impegno e studio, ma anche occasione di amicizia.
La
forma è curata: la simmetria delle strofe e le ripetizioni conferiscono
musicalità e armonia.
3° Premio:
La musica
Questa
poesia, che ricorda qualche poème francese, si fa
notare per la sincerità e sensibilità con cui l’autrice esprime i suoi
sentimenti e riflessioni.
I
versi sono liberi, svincolati dall’obbligo di strofe e rime, il lessico è semplice
ma il tema è affrontato in modo personale.
Sezione prosa
1°
Premio: Ogni giorno
Metafora
del treno, rivisitata dal punto di vista
focale.
Piacevole
la lettura: tanti brevi affreschi delineati con leggerezza e vivacità.
Da
notare la voluta ambiguità sul narratore che si rivela soltanto alla fine…
2° Premio:
Orme
Racconto
che cattura l’attenzione del lettore per la storia originale, l’ambientazione suggestiva, la conclusione intrigante, la dolcezza di alcune
situazioni.
3° Premio:
non assegnato
Menzioni particolari
Sono pervenute spontaneamente alcune opere in lingua
straniera che abbiamo il piacere di ricordare.
Testi premiati
Sezione poesia
Il volto è lo
specchio della mente
E gli occhi, senza parlare,
confessano i segreti del cuore.
S.Girolamo
1°
Premio
Reflexions
Lucidi occhiali neri celano il mio sguardo. Eppure, con
la libertà folle dell’incognito, vaga
Nell’infinito, di riflesso in riflesso.
Ho visto nei tuoi occhi corvini il riflesso del
mare, nero e profondo.
Nero specchio del veliero di betulla, pronto a
salpare.
Ho scorto, negli occhi del capitano del veliero, il
pazzo riverbero: mille luci di un porto lontano.
Porto fumoso e scintillante di bastimenti segretamente
carichi d’oro.
Ma ho notato i grigi iridi
del mendicante cieco; brillavano soltanto per una piccola stella
Lontana.
La stella, sola nel cielo cenerino, piangeva
silenziose lacrime d’argento.
Le ho intraviste cadere sulle palpebre dl bimbo;
rimasto solo nella notte di piombo, tra le sue
Lacrime c’era la fiamma spenta.
La fiamma, tra le sue sonorità opalescenti, riposava
nella lapide candida del mio caminetto,
morta.
E morti sembravano i miei
occhi imperlati di sangue, mentre fissavano la lettera segreta.
La carta bianca e clandestina, chiusa nello
scrittoio d’avorio.
In
lettere rosse, racchiude parole di fuoco. Ti amo.
Ma quelle parole, tu non le vedi.
Né l’avorio dello scrittoio in cui sta chiusa la clandestina e
bianca carta.
Non ti sembrano morti, mentre la segreta lettera fissano
di sangue imperlati, i miei occhi.
Non scorgi, morta nel caminetto mio, la candida lapide in cui riposava,
tra le opalescenti
Sonorità sue, la fiamma.
Non intravedi la spenta fiamma che stava tra le lacrime sue, nel piombo
della notte; solo era
Rimasto il bimbo. E sulle palpebre cadevano….
……d’argento le lacrime. Silenziosa piangeva nel cielo, sola, la stella.
Non noti che per la lontana stella piccola soltanto
brillavano del cieco mendicante gl’iridi grigi.
Elia
Gonella 4D1

2° Premio
Nella mia scuola
Nella mia scuola
ci sono
Aule,
laboratori,
biblioteche, una palestra,
corridoi,
e poi i miei
amici, che sussurrano
sempre.
Nella mia
classe, ci sono
Banchi, penne,
un armadio, sedie,
una cattedra,
e poi le mie
amiche, che sussurrano
sempre.
Sara Marchesini 1C1

3° Premio
La musica
La
puoi sentire ogni momento
Nel
silenzio e nella confusione,
perché è sempre dentro di te.
E
una pioggia di emozioni
Una
spirale di ricordi
Che
all’improvviso entra nella tua mente,
ti
fa ricordare sensazioni straordinarie, indimenticabili.
Non
ti fa scordare attimi ormai impressi nella memoria.
Lei
ha le capacità di farti piangere quando stai male
Ma
ti fa star bene in ogni momento tu ne abbia bisogno.
Arriva
fino all’anima più nascosta di te,
portando con sé un insieme di immagini nuove
e
storie di cui non poter fare a meno.
Quel
ritmo, quella voce o quel grido, accompagnati da un soffio di chitarra, violino
o mandolino,
senti quelle sue corde come un vento sulla pelle
come un sospiro così leggero ma forte,
così breve eppure così infinito.
Ma
la musica non è solo un’orchestra,
è
anche il dolce fruscìo dell’erba
mentre senti il calore del sole sul tuo corpo;
è
il continuo muovere delle onde
agitato dal vento caldo delle notti d’estate……….
Ore
ed ore trascorse ad ascoltare quei mille suoni della natura
Che
sembrano venire dal cielo…
Magari
è proprio così, magari è l’eco
Che
arriva da quel che sta là, sopra le
nuvole,
dall’intensità del sole o dalla leggerezza della luna
accompagnati dalle stelle che ascoltano e
brillano dall’emozione.
Ma
è soprattutto quel soffice respiro
Che ti sussurrava dolci melodie
Quegli
attimi indfimenticabili, accompagnati da un tenero bacio
Che
ogni volta che risentirai quella musica,
sarà inevitabile ricordare.
La musica è tutto questo, è straordinariamente tutto.
Arianna Lovato 4B1
Sezione letteratura
1° Premio
Ogni giorno
Notte e giorno arrivano e
subito ripartono, da questa vecchia ferrovia, treni di tutti i tipi, ad ogni
ora.
Sono seduto su una delle
tante fredde panchine in compagnia del mio pranzo: un panino e una bottiglietta
d’acqua; guardo la gente che per la fretta corre, corre
come faccio anch’io per tutto il giorno.
Alla TV o in tante canzoni
direbbero che si ferma a riflettere troppo poco. Ma
poi…a riflettere su cosa? Se ti fermi un attimo rischi
che il treno che devi prendere ti lasci lì e poi non riusciresti più a tornare
sulla via che percorri tutti i giorni, sempre.
Sì, perché la gente che vedi
è per lo più sempre la stessa che prende sempre gli stessi treni per andare
sempre nello stesso posto.
Ormai li conosco, soprattutto
i pendolari della mattina.
C’è quello in giacca,
cravatta e ventriquattr’ore che se tutto va bene si
sveglia alle cinque ogni giorno per farsi la barba. C’è l’operaio che per
raggiungere non so quale fabrica cambia almeno due
treni a distanza di un’ora l’uno dall’altro.
Poi tanti sono gli studenti universitari,
spesso dall’aria trascurata, che discutono di tesi e di esami…chissà
che faranno dopo…
E tanti sono invece quelli solitari che viaggiano con
le orecchie tappate da un paio di cuffie.
Una volta
saliti sul treno noti come ogni
giorno c’è chi gurda fuori dal finestrino e vede
spesso lo stesso paesaggio, a volte col sole altre con la pioggia. C’è chi
legge lo stesso giornale, solo con notizie diverse. C’è chi pensa con lo
sguardo assente guardando sempre lo stesso punto davanti a sé; qualcuno sogna
ciò che ha lasciato a terra e si guarda indietro, qualcun altro immagina ciò
che poi spera troverà una volta sceso.
Sul treno poi ci si conosce,
si chiacchiera, ma c’è sempre chi si impone come quel
vecchietto col basco che deve avere una paura tremenda del silenzio. Non riesce
a stare zitto e a non raccontare dei suoi tempi anche se chi gli si siede
vicino trova poi sempre una scusa per cambiare posto.
Insomma, di gente qui in
stazione se ne vede tanta…di tutti i tipi…tutti col loro inseparabile bagaglio,
chi piccolo, chi grande e chi più d’uno…
E tutti sono in attesa…in attesa…di scendere da quel treno maledetto o di
salire sperando di raggiungere una meta tanto sognata.
Ma poi c’è la categoria che io adoro di più, i veri e
propri viaggiatori. Spesso solitati, a volte in coppia. Sono tipi strani…o
silenziosi o chiacchieroni.
Sono quelli che se gli domandi dove vanno ti rispondono “ Non lo so” ma con un
sorriso in faccia.
Una volta ne ho incontrato
uno con uno zaino enorme sulle spalle che poi ha cominciato a parlarmi e non la
finiva più. Diceva “non so dirti dove vado. Vado…dove
capita. Non ho una meta precisa perché il
significato del mio viaggio è il viaggio stesso. Giro di città in città,
scrivo, disegno e fotografo i posti in cui vado per
poi tenermeli nel cuore. Parlo con le persone di tutto e di niente.
Ho nostalgia di casa in ogni
momento, ma poi quando torno tutti quelli a cui tengo
festeggiano lasciando da parte malanni e preoccupazioni. I momenti insieme
saranno pochi sì, ma intensi, carichi di pura gioia nel ritrovarsi lì a
condividere le mie e le loro storie.
Poi si riparte per non
perdere le libertà di ciò che si vuole essere.
Già la libertà…è un potere…un
potere enorme che però richiede responsabilità.
Perché più si è liberi più devi gestire da solo la tua vita
e compiere le tue scelte.
Tanti non ne sono capaci e
considerano la libertà come un semplice fregarsene di tutto per poi alla fine
fregarsene anche di se stessi.
Libertà non significa non
pensare ma il contrario”.
La gente ogni giorno prende
tanti treni e ne perde troppi. Tanti vengono presi in
ritardo, tanti sono troppo lenti. Ma in fondo a me,
semplice controllore, questo non interessa. Ora che la mia pausa pranzo è conclusa ho semplicemente il compito di timbrare
biglietti e ripetere la solita frase che non ascolta più nessuno “O.K., tutto apposto. GODETEVI IL VIAGGIO”.
Valentina
Marchi 4A2

2° Premio
Orme
Una casa rossa. Una spiaggia grigia e un mare verde
ormai abbandonati da tempo. Erano già anni che le
ultime orme sulla sabbia erano state cancellate dalle onde, quelle onde
implacabili, senza futuro e senza passato. Nessuno calpestava più quei luoghi
immortali se non fosse stato per lui, lo scultore di
vento, il solitario abitante della casa rossa.
Da anni usciva ogni mattina prima dell’alba,
osservava la tiepida aurora annunciare l’arrivo del sole e camminava per ore
avvertendo l’umida rena sotto i piedi. Ma non vi
lasciava segni, lui: col tempo aveva ricambiato a modo suo l’accoglienza che quell’ambiente incommensurabile gli aveva offerto e, ormai,
aveva imparato a sfiorare, quando passeggiava, il terreno e a non lasciare più
impronte. Quando la brezza del mare iniziava a spirare, l’uomo tirava fuori dal suo borsellino un barattolo di vetro e catturava
il vento. Rientrato nella sua casupola depositava il barattolo tra le decine di
altri e ne prendeva un altro preparato chissà quando. Lo apriva, faceva un grande respiro e, poi, iniziava, con una maestria che nessun
altro al mondo possedeva, a modellare il vento che tempo prima vi aveva
intrappolato: muoveva le mani in preda ad un’ispirazione lontana ed ignota,
socchiudeva gli occhi per immaginare meglio, per vedere meglio ciò che stava costruendo.
Una mattina, uscito per l’usuale raccolta
quotidiana, rimase stupito nel vedere cosa il mare aveva
depositato a riva: tante volte aveva ripulito la spiaggia dai residui
rigettati dai flutti come pezzi di legno, navi, pesci; ma mai l’acqua aveva restituito
il corpo di una donna. Subito impallidito, lo scultore si avvicinò alla donna
bagnata, sporca, nuda. Prese coraggio e iniziò a dirigere il dito verso quel
pallido viso; d’improvviso, però, la donna iniziò a tossire e a sputare acqua
salmastra: era viva, ma svenne di nuovo. L’uomo la trascinò verso la propria
baracca, meravigliato dal vedere i piedi della
donna lasciare delle tracce: non si ricordava l’ultima volta in cui
aveva visto la sabbia deformarsi e poi ricomporsi sotto la forza delle onde.
Lei si svegliò tutto d’un
tratto, non si ricordava come e perché era arrivata lì, non ricordava nulla.
Immediatamente si accorse d’indossare una vecchia vestaglia grezza e consunta e
di un uomo seduto su una seggiola proprio davanti al letto su cui era distesa.
Percepì un senso d’inquietudine ma allo stesso tempo di sicurezza ricambiando
lo sguardo del suo sconosciuto ospite. Dato che l’altro non sembrava voler
parlare, decise di rompere il ghiaccio: – Dove siamo? È stato lei a salvarmi?
Beh, comunque io mi chiamo Rosalinde.
Nessuna risposta. L’uomo rimaneva
fisso a squadrarla senza esprimere alcun sentimento, era assente eppure
così tangibile.
–
Scusa, – insistette Rosalinde, –
mi potresti dire dove ci troviamo?
Non era affatto preoccupata da quella situazione e
dallo strano individuo che le sedeva davanti, si ricordava di essere arrivata
sulla spiaggia e percepiva di essere stata salvata da lui. Passarono quasi
dieci minuti di interminabile, imperscrutabile
silenzio e, poi, d’improvviso, l’uomo si alzò in piedi e ricadde immediatamente
sulle ginocchia afferrando la mano di Rosalinde: piangeva e la baciava, la
baciava delicatamente. In maniera talmente delicata che la
donna si accorse di non essere mai stata baciata in quella maniera; toccò il
culmine dell’amore e si ristese sul guanciale.
Passarono i giorni, i due si conobbero e si amarono,
si compresero e si completarono: l’uomo, che misteriosamente si ostinava a non
pronunciare parola, le insegnò con i suoi infiniti gesti ad assaporare la
feconda brezza marina; lei, invece, gli raccontò storie di terre lontane e
magiche, facendolo uscire, forse per la prima volta, dal suo immacolato
universo.
Passarono i giorni e loro camminavano sulla spiaggia
come solo loro sapevano fare: camminando, cioè, con la
mente, sentendo nel profondo di loro stessi quell’umido
mondo e, ovviamente, senza segnare la sabbia con le temporanee impronte dei
loro piccoli corpi.
Un giorno, però, Rosalinde si svegliò nel letto in
cui era stata accolta tante albe addietro. Tante volte al suo risveglio non
aveva trovato il suo salvatore nella casa rossa: spesso gli andava incontro
fuori, quando lui stava già catturando il fuggevole vento. Quel mattino,
invece, uscì dalla baracca e un senso di vuoto immenso, più immenso del solito,
l’avvolse: i consunti vestiti dell’uomo erano abbandonati sulla riva e di lui
nessuna traccia.
Si
avvicinò con passi brevi, paurosi e malfermi; raccolse le misere vesti, le
strinse a sé con forza e fissò la sabbia, piangendo. Proprio su quella tanto
amata sabbia, c’erano delle orme, quelle che i piedi dello scultore di vento,
nell’ultimo inesorabile e inspiegabile viaggio verso i flutti, avevano
lasciato. Si era abbandonato al suo più fedele compagno, lo scultore di vento,
e aveva inciso con il proprio corpo un interminabile,
indelebile segno. Il mare l’aveva portato via ma non completamente:
l’incessante furia dell’oceano aveva risparmiato –e avrebbe risparmiato per
sempre – la sua ultima e finale traccia. E, ora, sulla
plumbea spiaggia battuta dalle onde verdi, c’era una nuova solitaria persona
che abitava la casa rossa.
Paolo Armelli
3° Premio
Non
assegnato.

Menzioni particolari
For our pope
Never really appreciated,
Never known a similar mistake
A lightning stirs the spirit
A lightning burn the tip of heart
Sudden love
Sudden love known
by trifling images
The Almighty creates a man
The Almighty uses the top to create him
It was difficult the life of this man
It was difficult the life of the people who have a bit of humanity
Night allucinations
Great regret for those lost
him
Great regret for a great world
which had loved a great Pope.
Night allucinations
My soul is sleeping on a
gloomy shore
Dreaming in sadness that is no
more
But I can’t imagine in my mind
How much fear has been left behind
Nightmares full of pain,
Hard to stand and that still
remains.
My soul reminds its sense of
loss
And feels fragile like a glass
Il y a
Dans ma ville, ilya
Des clochers qui sonnent.
Dans mon quartier il y a
Des enfants qui jouent.
Dans mon école il y a
Des tetes superieures.
Parmi mes amies il y a
Des anges qui m’aiment.
Te faria
la corte
Te farìa la corte,
ma no gò
la jara.