VINCITORI CONCORSO LETTERARIO A.S. 2004/2005

 

Motivazione assegnazione premi

 

Sezione poesia

 

1° Premio: Réflexions

 

Abbiamo apprezzato  il testo che si rifà all’OULIPO (OUvroir de LIttérature POtentielle), movimento-laboratorio di strutture letterarie e giochi matematici,  di risultato provocatorio,  fondato nel 1960 da R. Quenau.

In questa composizione tre parti generano il testo: l’introduzione, lo specchio e la conclusione.

Simmetria dell’insieme che converge al centro.

E’ ripreso con originalità il tema classico letterario del viaggio.

Il testo è allusivo e grottesco, contiene elementi del mistero con contaminazioni decadenti.

Altri elementi di valore, oltre alla struttura e al tema , la ricchezza lessicale  e la cura formale.

 

2° Premio: Nella mia scuola

 

La poesia rappresenta una situazione quotidiana in modo simpatico e spontaneo. La scuola è vista come impegno e studio, ma anche occasione di amicizia.

La forma è curata: la simmetria delle strofe e le ripetizioni conferiscono musicalità e armonia.

 

3° Premio: La musica

 

Questa poesia, che ricorda qualche poème francese, si fa notare per la sincerità e sensibilità con cui l’autrice esprime i suoi sentimenti e riflessioni.

I versi sono liberi, svincolati dall’obbligo di strofe e rime, il lessico è semplice ma  il tema è affrontato in modo  personale.

 

Sezione prosa

 

1° Premio: Ogni giorno

 

Metafora del treno,  rivisitata dal punto di vista focale.

Piacevole la lettura: tanti brevi affreschi delineati con leggerezza e vivacità.

Da notare la voluta ambiguità sul narratore che si rivela soltanto alla fine…

 

2° Premio: Orme

 

Racconto che cattura l’attenzione del lettore per la storia originale, l’ambientazione suggestiva, la conclusione intrigante, la dolcezza di alcune situazioni.

 

3° Premio: non assegnato

 

Menzioni particolari

 

Sono pervenute spontaneamente alcune opere in lingua straniera che abbiamo il piacere di ricordare.

 

 

 

 

 

Testi premiati

 

 

Sezione poesia

                                                                                                             

                                                                                                                                                          Il volto è lo specchio della mente

                                                                                                                                                                            E gli occhi, senza parlare,

                                                                                                                                                                        confessano i segreti del cuore.

                                                                                                                                                                                         S.Girolamo

1° Premio

                                               

 

Reflexions

 

Lucidi occhiali neri celano il mio sguardo. Eppure, con la libertà folle dell’incognito, vaga

Nell’infinito, di riflesso in riflesso.

 

Ho visto nei tuoi occhi corvini il riflesso del mare, nero e profondo.

Nero specchio del veliero di betulla, pronto a salpare.

Ho scorto, negli occhi del capitano del veliero, il pazzo riverbero: mille luci di un porto lontano.

Porto fumoso e scintillante di bastimenti segretamente carichi d’oro.

Ma ho notato i grigi iridi del mendicante cieco; brillavano soltanto per una piccola stella

Lontana.

La stella, sola nel cielo cenerino, piangeva silenziose lacrime d’argento.

Le ho intraviste cadere sulle palpebre dl bimbo; rimasto solo nella notte di piombo, tra le sue

Lacrime c’era la fiamma spenta.

La fiamma, tra le sue sonorità opalescenti, riposava nella lapide candida del mio caminetto,

morta.

E morti sembravano i miei occhi imperlati di sangue, mentre fissavano la lettera segreta.

La carta bianca e clandestina, chiusa nello scrittoio d’avorio.

                                          In lettere rosse, racchiude parole di fuoco. Ti amo.

                                                    Ma quelle parole, tu non le vedi.

 

                                             Né l’avorio dello scrittoio in cui sta chiusa la clandestina e bianca carta.

                 Non ti sembrano morti, mentre la segreta lettera fissano di sangue imperlati, i miei occhi.

                 Non scorgi, morta nel caminetto mio, la candida lapide in cui riposava, tra le opalescenti

                                                                                                                         Sonorità sue, la fiamma.

            Non intravedi la spenta fiamma che stava tra le lacrime sue, nel piombo della notte; solo era

                                                                                   Rimasto il bimbo. E sulle palpebre cadevano….

                                               ……d’argento le lacrime. Silenziosa piangeva nel cielo, sola, la stella.

Non noti che per la lontana stella piccola soltanto brillavano del cieco mendicante gl’iridi grigi.

                                                                                      

 

 

                                                                                                     Elia Gonella       4D1

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

2° Premio

                                                

 

Nella mia scuola

 

Nella mia scuola ci sono

Aule, laboratori,

biblioteche, una palestra, corridoi,

e poi i miei amici, che sussurrano

sempre.

Nella mia classe, ci sono

Banchi, penne,

un armadio, sedie, una cattedra,

e poi le mie amiche, che sussurrano

sempre.

 

 

                                 Sara  Marchesini          1C1

 

 

 

 

 

 

                                                                       

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

3° Premio

 

La musica

 

La puoi sentire ogni momento

Nel silenzio e nella confusione,

perché è sempre dentro di te.

E una pioggia di emozioni

Una spirale di ricordi

Che all’improvviso entra nella tua mente,

ti fa ricordare sensazioni straordinarie, indimenticabili.

Non ti fa scordare attimi ormai impressi nella memoria.

Lei ha le capacità di farti piangere quando stai male

Ma ti fa star bene in ogni momento tu ne abbia bisogno.

Arriva fino all’anima più nascosta di te,

portando con sé un insieme di immagini nuove

e storie di cui non poter fare a meno.

Quel ritmo, quella voce o quel grido, accompagnati da un soffio di chitarra, violino o mandolino,

senti quelle sue corde come un vento sulla pelle

come un sospiro così leggero ma forte,

così breve eppure così infinito.

Ma la musica non è solo un’orchestra,

è anche il dolce fruscìo dell’erba

mentre senti il calore del sole sul tuo corpo;

è il continuo muovere delle onde

agitato dal vento caldo delle notti d’estate……….

Ore ed ore trascorse ad ascoltare quei mille suoni della natura

Che sembrano venire dal cielo…

Magari è proprio così, magari è l’eco

Che arriva da quel che sta là,  sopra le nuvole,

dall’intensità del sole o dalla leggerezza della luna

accompagnati dalle stelle che ascoltano e

brillano dall’emozione.

Ma è soprattutto quel soffice respiro

Che ti sussurrava dolci melodie

Quegli attimi indfimenticabili, accompagnati da un tenero bacio

Che ogni volta che risentirai quella musica,

sarà inevitabile ricordare.

La musica è tutto questo, è straordinariamente tutto.                         

 

 

                                                                       Arianna Lovato     4B1

 

 

 

 

 


Sezione letteratura

 

1° Premio

                                             

                                             Ogni giorno

 

Notte e giorno arrivano e subito ripartono, da questa vecchia ferrovia, treni di tutti i tipi, ad ogni ora.

Sono seduto su una delle tante fredde panchine in compagnia del mio pranzo: un panino e una bottiglietta d’acqua; guardo la gente che per la fretta corre, corre come faccio anch’io per tutto il giorno.

Alla TV o in tante canzoni direbbero che si ferma a riflettere troppo poco. Ma poi…a riflettere su cosa? Se ti fermi un attimo rischi che il treno che devi prendere ti lasci lì e poi non riusciresti più a tornare sulla via che percorri tutti i giorni, sempre.

Sì, perché la gente che vedi è per lo più sempre la stessa che prende sempre gli stessi treni per andare sempre nello stesso posto.

Ormai li conosco, soprattutto i pendolari della mattina.

C’è quello in giacca, cravatta e ventriquattr’ore che se tutto va bene si sveglia alle cinque ogni giorno per farsi la barba. C’è l’operaio che per raggiungere non so quale fabrica cambia almeno due treni a distanza di un’ora l’uno dall’altro.

Poi tanti sono gli studenti universitari, spesso dall’aria trascurata, che discutono di tesi e di esami…chissà che faranno dopo…

E tanti sono invece quelli solitari che viaggiano con le orecchie tappate da un paio di cuffie.

Una volta saliti sul treno noti come ogni giorno c’è chi gurda fuori dal finestrino e vede spesso lo stesso paesaggio, a volte col sole altre con la pioggia. C’è chi legge lo stesso giornale, solo con notizie diverse. C’è chi pensa con lo sguardo assente guardando sempre lo stesso punto davanti a sé; qualcuno sogna ciò che ha lasciato a terra e si guarda indietro, qualcun altro immagina ciò che poi spera troverà una volta sceso.

Sul treno poi ci si conosce, si chiacchiera, ma c’è sempre chi si impone come quel vecchietto col basco che deve avere una paura tremenda del silenzio. Non riesce a stare zitto e a non raccontare dei suoi tempi anche se chi gli si siede vicino trova poi sempre una scusa per cambiare posto.

Insomma, di gente qui in stazione se ne vede tanta…di tutti i tipi…tutti col loro inseparabile bagaglio, chi piccolo, chi grande e chi più d’uno…

E tutti sono in attesa…in attesa…di scendere da quel treno maledetto o di salire sperando di raggiungere una meta tanto sognata.

Ma poi c’è la categoria che io adoro di più, i veri e propri viaggiatori. Spesso solitati, a volte in coppia. Sono tipi strani…o silenziosi o chiacchieroni.

Sono quelli che se gli domandi dove vanno ti rispondono “ Non lo so” ma con un sorriso in faccia.

Una volta ne ho incontrato uno con uno zaino enorme sulle spalle che poi ha cominciato a parlarmi e non la finiva più. Diceva “non so dirti dove vado. Vado…dove capita. Non ho una meta precisa perché il significato del mio viaggio è il viaggio stesso. Giro di città in città, scrivo, disegno e fotografo i posti in cui vado per poi tenermeli nel cuore. Parlo con le persone di tutto e di niente.

Ho nostalgia di casa in ogni momento, ma poi quando torno tutti quelli a cui tengo festeggiano lasciando da parte malanni e preoccupazioni. I momenti insieme saranno pochi sì, ma intensi, carichi di pura gioia nel ritrovarsi lì a condividere le mie e le loro storie.

Poi si riparte per non perdere le libertà di ciò che si vuole essere.

Già la libertà…è un potere…un potere enorme che però richiede responsabilità.

Perché più si è liberi più devi gestire da solo la tua vita e compiere le tue scelte.

Tanti non ne sono capaci e considerano la libertà come un semplice fregarsene di tutto per poi alla fine fregarsene anche di se stessi.

Libertà non significa non pensare ma il contrario”.

 

 

La gente ogni giorno prende tanti treni e ne perde troppi. Tanti vengono presi in ritardo, tanti sono troppo lenti. Ma in fondo a me, semplice controllore, questo non interessa. Ora che la mia pausa pranzo è conclusa ho semplicemente il compito di timbrare biglietti e ripetere la solita frase che non ascolta più nessuno “O.K., tutto apposto. GODETEVI IL VIAGGIO”.

                                                                                     

                                                                 Valentina Marchi             4A2                    

 

 

 

 

 

 

2° Premio  

                                                                 

Orme

 

Una casa rossa. Una spiaggia grigia e un mare verde ormai abbandonati da tempo. Erano già anni che le ultime orme sulla sabbia erano state cancellate dalle onde, quelle onde implacabili, senza futuro e senza passato. Nessuno calpestava più quei luoghi immortali se non fosse stato per lui, lo scultore di vento, il solitario abitante della casa rossa.

Da anni usciva ogni mattina prima dell’alba, osservava la tiepida aurora annunciare l’arrivo del sole e camminava per ore avvertendo l’umida rena sotto i piedi. Ma non vi lasciava segni, lui: col tempo aveva ricambiato a modo suo l’accoglienza che quell’ambiente incommensurabile gli aveva offerto e, ormai, aveva imparato a sfiorare, quando passeggiava, il terreno e a non lasciare più impronte. Quando la brezza del mare iniziava a spirare, l’uomo tirava fuori dal suo borsellino un barattolo di vetro e catturava il vento. Rientrato nella sua casupola depositava il barattolo tra le decine di altri e ne prendeva un altro preparato chissà quando. Lo apriva, faceva un grande respiro e, poi, iniziava, con una maestria che nessun altro al mondo possedeva, a modellare il vento che tempo prima vi aveva intrappolato: muoveva le mani in preda ad un’ispirazione lontana ed ignota, socchiudeva gli occhi per immaginare meglio, per vedere meglio ciò che stava costruendo.

Una mattina, uscito per l’usuale raccolta quotidiana, rimase stupito nel vedere cosa il mare aveva depositato a riva: tante volte aveva ripulito la spiaggia dai residui rigettati dai flutti come pezzi di legno, navi, pesci; ma mai l’acqua aveva restituito il corpo di una donna. Subito impallidito, lo scultore si avvicinò alla donna bagnata, sporca, nuda. Prese coraggio e iniziò a dirigere il dito verso quel pallido viso; d’improvviso, però, la donna iniziò a tossire e a sputare acqua salmastra: era viva, ma svenne di nuovo. L’uomo la trascinò verso la propria baracca, meravigliato dal vedere i piedi della  donna lasciare delle tracce: non si ricordava l’ultima volta in cui aveva visto la sabbia deformarsi e poi ricomporsi sotto la forza delle onde.

Lei si svegliò tutto d’un tratto, non si ricordava come e perché era arrivata lì, non ricordava nulla. Immediatamente si accorse d’indossare una vecchia vestaglia grezza e consunta e di un uomo seduto su una seggiola proprio davanti al letto su cui era distesa. Percepì un senso d’inquietudine ma allo stesso tempo di sicurezza ricambiando lo sguardo del suo sconosciuto ospite. Dato che l’altro non sembrava voler parlare, decise di rompere il ghiaccio: – Dove siamo? È stato lei a salvarmi? Beh, comunque io mi chiamo Rosalinde.

Nessuna risposta. L’uomo rimaneva fisso a squadrarla senza esprimere alcun sentimento, era assente eppure così tangibile.

        Scusa, –  insistette Rosalinde, – mi potresti dire dove ci troviamo?

Non era affatto preoccupata da quella situazione e dallo strano individuo che le sedeva davanti, si ricordava di essere arrivata sulla spiaggia e percepiva di essere stata salvata da lui. Passarono quasi dieci minuti di interminabile, imperscrutabile silenzio e, poi, d’improvviso, l’uomo si alzò in piedi e ricadde immediatamente sulle ginocchia afferrando la mano di Rosalinde: piangeva e la baciava, la baciava delicatamente. In maniera talmente delicata che la donna si accorse di non essere mai stata baciata in quella maniera; toccò il culmine dell’amore e si ristese sul guanciale.

Passarono i giorni, i due si conobbero e si amarono, si compresero e si completarono: l’uomo, che misteriosamente si ostinava a non pronunciare parola, le insegnò con i suoi infiniti gesti ad assaporare la feconda brezza marina; lei, invece, gli raccontò storie di terre lontane e magiche, facendolo uscire, forse per la prima volta, dal suo immacolato universo.

Passarono i giorni e loro camminavano sulla spiaggia come solo loro sapevano fare: camminando, cioè, con la mente, sentendo nel profondo di loro stessi quell’umido mondo e, ovviamente, senza segnare la sabbia con le temporanee impronte dei loro piccoli corpi.

Un giorno, però, Rosalinde si svegliò nel letto in cui era stata accolta tante albe addietro. Tante volte al suo risveglio non aveva trovato il suo salvatore nella casa rossa: spesso gli andava incontro fuori, quando lui stava già catturando il fuggevole vento. Quel mattino, invece, uscì dalla baracca e un senso di vuoto immenso, più immenso del solito, l’avvolse: i consunti vestiti dell’uomo erano abbandonati sulla riva e di lui nessuna traccia.

Si avvicinò con passi brevi, paurosi e malfermi; raccolse le misere vesti, le strinse a sé con forza e fissò la sabbia, piangendo. Proprio su quella tanto amata sabbia, c’erano delle orme, quelle che i piedi dello scultore di vento, nell’ultimo inesorabile e inspiegabile viaggio verso i flutti, avevano lasciato. Si era abbandonato al suo più fedele compagno, lo scultore di vento, e aveva inciso con il proprio corpo  un interminabile, indelebile segno. Il mare l’aveva portato via ma non completamente: l’incessante furia dell’oceano aveva risparmiato –e avrebbe risparmiato per sempre – la sua ultima e finale traccia. E, ora, sulla plumbea spiaggia battuta dalle onde verdi, c’era una nuova solitaria persona che abitava la casa rossa.

 

                                                                                                         Paolo Armelli

 

 

 

 

 

 

 

 

3° Premio

Non assegnato.

 

 

 

 

 

Menzioni  particolari

 

For our pope

 

Never really appreciated,

Never known a similar mistake

 

A lightning stirs the spirit

A lightning burn the tip of heart

 

Sudden love

Sudden love known  by trifling images

 

The Almighty creates a man

The Almighty uses the top to create him

 

It was difficult the life of this man

It was difficult the life of the people who have a bit of humanity

 

 

Night allucinations

 

Great regret for those lost him

Great regret for a great world which had loved a great Pope.

Night allucinations

My soul is sleeping on a gloomy shore

Dreaming in sadness that is no more

But I can’t imagine in my mind

How much fear has been left behind

Nightmares full of pain,

Hard to stand and that still remains.

My soul reminds its sense of loss

And feels fragile like a glass

 

Il y a

 

Dans ma ville, ilya

Des clochers qui sonnent.

Dans mon quartier il y a

Des enfants qui jouent.

Dans mon école il y a

Des tetes superieures.

Parmi mes amies il y a

Des anges qui m’aiment.

 

 

Te faria la corte

 

Te farìa la corte,

ma no

la jara.