CONCORSi LETTERARI

A.S. 2004/2005: "Reflexions"

A.S. 2005/2006: "Le parole si fanno note"

A.S. 2006/2007: -

A.S. 2007/2008: -

A.S. 2008/2009: "I mille volti della vita"

A.S. 2009/2010: "Muri"

VINCITORI CONCORSO LETTERARIO

A.S. 2005/2006

Motivazione assegnazione premi

Testi premiati

(ins. da R.I.M. 8 maggio 2006)

1ª Classificata

studentessa Kaur Harmeet della classe 4D2

titolo: Le note della solitudine

Pioveva, come sempre. Era un posto dimenticato da Dio. Ma la pioggia non si dimenticava mai di quel luogo sperduto. Giorno o notte, caldo o freddo, c’era un’unica certezza: la pioggia.

Le giornate trascorrevano tutte uguali. Edward guardava fuori dalla finestra e lo spettacolo che si presentava ai suoi occhi era tutt’altro che rassicurante. La malinconia si impossessò di lui. Il suo respiro diventava incessantemente più pesante. Ogni istante della sua esistenza diveniva perennemente più difficile da sopportare. Le sue domande non trovavano alcuna risposta nel buio della notte. Un uomo, molto tempo prima, gli aveva detto: “L'anima di una persona è nascosta nel suo sguardo”. Ma quella di Edward si era persa durante il lungo cammino che lo aveva portato a quella straziante solitudine...

Edward si voltò. La sua stanza era vuota. La porta alla sua sinistra era quasi invisibile, da quanto tempo non la varcava. Si fece coraggio. Prese una candela, abbassò la maniglia e oltrepassò la soglia. L’oscurità venne illuminata da una debole luce. Mentre avanzava nelle tenebre, passo dopo passo i ricordi riaffioravano alla mente. Quanto dolore aveva sopportato. Aveva creduto in un mondo migliore… un mondo dove non bisognasse sempre lottare per sopravvivere, per essere accettati… un mondo dove poter essere semplicemente ciò che si è. Aveva creduto in un mondo inesistente. Era stato questo il suo errore più grande. E ora era solo.

Camminava, senza sapere dove andava. O forse lo sapeva. Ma così era più facile.

Il corridoio stava finendo. La sua mèta era vicina. Arrivò di fronte ad un enorme armadio. Lo aprì. Vide la custodia. Era impolverata ma intatta. Il tempo non l’aveva scalfita. Si sedette per terra, sollevò il coperchio ed estrasse il violino. Lo mise sulla spalla e con l’arco iniziò a suonare. Le note invasero la malinconia del suo cuore. Una lacrima solcò il suo viso. Il suo mondo in bianco e nero adesso era a colori. Pace e armonia avevano conquistato il vuoto intorno a lui. Finalmente si sentiva libero. Il suo mondo inesistente era realtà. Si era riconciliato con se stesso. Ora non era più fragile. Ora non era più solo. Ora poteva volare. Ora c’era la musica, la sua unica compagna …

Kaur Harmeet classe 4°D2

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2° Classificato

studente Paolo Armelli della classe 4C2

titolo: Double fantasy

Faceva la spola ormai da ore di fronte a quel lussuoso palazzo in centro a Manhattan. Una casa così lussuosa per una sola persona, pensava con un misto di stupore e di invidia. Mark adorava la persona che abitava in quel luogo. L’abitazione aveva perfino un portiere, grasso e bonario, e lui ci aveva stretto amicizia, aspettando per tutto quel tempo sulla strada.

Era un ragazzo come tanti, Mark, aveva avuto i suoi problemi e i suoi trascorsi, ma in fondo aveva sempre voluto avere una vita normale. Era come tutti gli altri eccetto per quella minuscola popolazione che abitava nel suo cervello: piccolissimi esseri semiumani di cui Mark era il sovrano. Loro erano i suoi amici, i soli amici che avesse mai avuto. Qualche volta, tuttavia, qualcuno di loro si comportava male e, quindi, Mark era costretto a farlo saltare in aria, frantumandolo in mille pezzi. Non succedeva spesso, però. Almeno all’inizio.

Non era pazzo, Mark. Voleva solo essere un ragazzo normale. Fin da piccolo era stato preso in giro da tutti per la sua indole introversa ma, come tutti all’epoca, lui era cambiato molte volte. Dall’umore scostante e irascibile, negli anni Sessanta si era svagato come tutti i giovani della sua epoca, sospesi tra grandi speranze e trasgressioni anarchiche fatte di canne e LSD. Ne era uscito, comunque, e non voleva più ricascarci. I suoi omini lo sostenavano, lo incoraggiavano.

Dopo aver visto un grintoso predicatore alla televisione, Mark era divenuto un buon cristiano, aveva iniziato a vendere la Bibbia porta a porta, si divertiva a giocare coi bambini, a donare loro qualche attimo di gioia. Si era pure sposato con una ragazza dolcissima e riusciva perfino a credere di poter trascorrere una vita normale.

Ma era un’illusione destinata a durare poco. Ben presto altre voci si aggiunsero a quelle pacifiche e familiari degli omini: erano tutt’altri consigli, decisamente altre suggestioni.

La paranoia invadeva la maggior parte delle sue giornate: spesso si inginocchiava nudo nella sua stanza ascoltando a volume altissimo i dischi del suo gruppo preferito, ormai usurati dall’eccessivo uso, e leggendo brani dal libro che era ormai diventato un compagno di vita per lui: The Catcher in The Rye. I turbamenti, le insicurezze e l’aggressività di Holden, quel ragazzo sperduto e insolente nei confronti della vita, rappresentavano per Mark un incitamento oltre che un conforto nei momenti più sofferti della sua solitudine interiore. In quei momenti, sempre più frequenti, le voci cattive si facevano sempre più insistenti e non lo lasciavano più pensare autonomamente. Al contrario, aveva fatto scoppiare, ormai, tutti gli omini. Non ne era rimasto nessuno a parlargli in quel modo confortante che solo loro possedevano.

La decisione era stata presa. Erano state le voci a suggerirgliela. Mark stava lì davanti all’edificio sontuoso, al freddo pungente dell’inverno newyorkese, con un disco in mano, il suo fedele libro nell’altra e qualcos’altro in tasca. Uscì, finalmente, la persona che aveva atteso così a lungo sulla soglia del palazzo. Mark gli si avvicinò tremante e tese il disco con uno scatto insicuro; l’altro lo firmò inarcando il labbro superiore e domandò con tono soave: «È tutto qui quello che vuoi?». Con la testa piena di quelle voci ingombranti che gli impedivano di pensare, Mark si lasciò sfuggire l’occasione di rispondere e lo vide andarsene viasu di un’auto lucida e nera. Sapeva che non era solo un autografo quello che lui voleva, quello che le voci volevano.

Passarono più di dodici ore e l’uomo tornò. Era alto, slanciato, scarno, coi capelli lunghi e dei comodi abiti bianchi. Non sorrideva ma dai suoi gesti traspariva un’armonia ineffabile; una piccola donna pallida e ossuta dai lineamenti asiatici, come aveva fatto al momento della partenza, lo accompagnava con decisione.

«Fallo, fallo, fallo, …» continuarono le voci che spingevano per uscire dal suo cervello. Mark rimise il libro che aveva tenuto stretto tutto il giorno in tasca e iniziò a frugare nell’altra. Accadde tutto in un rapido, lentissimo secondo. Mark lo chiamò per nome, con un grido stremato, e l’uomo vestito di bianco si voltò di scatto, ma sempre molto naturalmente. Mark teneva salda con due mani una pistola e fece fuoco. Uno. Due. Tre. Quattro. Cinque. Solo quattro dei colpi ferirono l’uomo che riuscì a fare pochi passi e, poi, prima di accasciarsi, a sussurrare con quell’ostinato tono soave: «Mi hanno sparato.»

Le voci scomparvero in quell’esatto istante. Le voci scomparvero quando Mark uccise la musica, quando Mark uccise John Lennon. Era l’8 dicembre 1980.

Paolo Armelli classe 4 °C2

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3° Classificato

studentessa Priante Tiziana della classe 2C1

titolo: “Naturale come respirare”

Suonare è come respirare,
le mie mani si abbandonano ai tasti e mi sembra di sognare,
il mondo attorno svanisce,
il tempo trascorre fugace e
tutto il resto posso dimenticare.
Una melodia diffusa fa le mie dita danzare,
come in un balletto vivace che non si può fermare.
Le note spesso difficili da decifrare,
in epoche e luoghi remoti possono far la mia mente volare,
dove nessuno mi può trovare…
Anima e cuore sono incatenati a queste melodie rare e
sapendole eseguire
risulto agli occhi altrui un po’ particolare,
anche se per me suonare è come respirare…

Priante Tiziana classe 4°A2

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4° Classificato

studente Alberto Muraro della classe 4A1

titolo: Brown skin Rap Lyrics

You got brown skin
I am a white boy,
You are my lovely sin
I m your fun toy

Even when I m down
You can make me smile
And when we are together
We don t waste our time.

I don t like myself at all
I m not good/looking, I m not tall.
But I love you so, that
I m a fly in your net.

Do you remember
When we were just friends,
You, the strange girl
Me, the guy in love

Now I look back
At those crazy moments
I pray to my Lord
And thank him more and more.

It s quite simple to think
And damn hard to write.
My feelings flying among the clouds
Like a kite in the sky.


The closer I get to you
The more I realise I m your beau
Oh, I can t believe it-s true
I m a fool for you.

Alberto Muraro classe 4°A1

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